
Articolo rivisto da: Dr. Sturz Ciprian, Dr. Tîlvescu Cătălin e Dr. Alina Vasile
Articolo aggiornato il: 22-06-2026
Esistono complicanze mediche che non compaiono immediatamente, ma si installano silenziosamente, a mesi o persino anni di distanza da un trattamento che, in quel momento, aveva lo scopo di salvarti la vita. L’osteoradionecrosi mandibolare è una di queste. È una condizione grave, spesso invalidante, che compare nei pazienti che hanno attraversato la radioterapia per tumori della testa e del collo. L’osso della mandibola, già fragilizzato dall’irradiazione, inizia a morire dall’interno, senza riuscire più a rigenerarsi da solo.
Ciò che rende questa complicanza ancora più difficile da gestire è il fatto che non esiste un trattamento miracoloso, rapido e completamente efficace in ogni situazione. Il suo trattamento richiede pazienza, multidisciplinarità e una comprensione profonda dei meccanismi biologici che hanno condotto a questa situazione. L’ossigenoterapia iperbarica (HBOT) è emersa, negli ultimi decenni, come uno degli strumenti più preziosi disponibili per i medici che si occupano di questi pazienti, non come alternativa alla chirurgia, ma come sua alleata.
Per capire che cos’è l’osteoradionecrosi (abbreviata ORN), dobbiamo partire da un fatto semplice: ogni osso vivo ha bisogno costantemente di sangue. Le ossa non sono strutture statiche e inerti, ma si rinnovano continuamente attraverso cellule specializzate che costruiscono e demoliscono la matrice ossea ogni giorno della vita. Se l’apporto di sangue è compromesso, l’osso smette di funzionare come tessuto vivo e diventa, in sostanza, un frammento necrotico intrappolato all’interno del corpo.
L’osteoradionecrosi mandibolare è proprio questo: la morte progressiva dell’osso mascellare inferiore come conseguenza diretta della radioterapia applicata nella zona della testa e del collo. L’organizzazione europea Orphanet la definisce come una condizione caratterizzata dall’esposizione dell’osso irradiato che non riesce a guarire per un periodo di almeno tre mesi, in assenza di qualsiasi tumore persistente o ricorrente. In altre parole, l’osso è esposto, non si ricopre, non si ripara e il processo tende ad aggravarsi in assenza di intervento.
La mandibola è l’osso più frequentemente colpito. Secondo un’analisi pubblicata su PubMed Central, il 95% dei casi di osteoradionecrosi nella zona della testa e del collo coinvolge la mandibola. La spiegazione è anatomica: la mandibola è meno vascolarizzata rispetto al mascellare superiore, ha un periostio più sottile ed è costantemente esposta a microtraumi attraverso la semplice azione di masticare e parlare. Aggiungi a questo gli effetti distruttivi delle radiazioni ionizzanti sui vasi sanguigni e ottieni un osso estremamente vulnerabile.
La definizione clinica classica, stabilita da Robert Marx, il chirurgo maxillo-facciale americano che ha posto le basi del protocollo di trattamento con ossigeno iperbarico, descrive l’ORN come un osso esposto che non guarisce per almeno tre mesi in assenza di un cancro residuo o recidivante, in un paziente che ha ricevuto radioterapia. È una definizione semplice, ma nasconde una realtà biologica estremamente complessa.
La terapia iperbarica nei tumori della testa e del collo diventa rilevante soprattutto come misura preventiva e terapeutica per le complicanze post-radioterapia. I pazienti con il rischio più elevato sono quelli che hanno ricevuto irradiazione per carcinoma orofaringeo (tumore della cavità orale, delle tonsille o della base della lingua), carcinoma laringeo o carcinoma delle ghiandole salivari. Essi ricevono dosi elevate di irradiazione direttamente in aree anatomiche adiacenti alla mandibola, e i piccoli vasi sanguigni dell’osso sono tra le prime vittime della radiazione. Gli studi indicano che l’incidenza dell’ORN nei tumori della testa e del collo si colloca tra il 2% e il 22%, in funzione della dose di irradiazione, della tecnica utilizzata e dei fattori individuali del paziente. Con le moderne tecniche di irradiazione conformazionale e IMRT (Intensity Modulated Radiation Therapy), l’incidenza è scesa sotto il 6%, ma il numero assoluto di pazienti colpiti resta significativo, date le maggiori percentuali di sopravvivenza nei tumori della testa e del collo.
Uno studio pubblicato nel 2019 su Radiotherapy and Oncology, basato su una coorte di 1.224 pazienti con tumore della testa e del collo trattati con IMRT, ha rilevato un’incidenza del 4,6% di ORN mandibolare, con un intervallo mediano di comparsa di 10,8 mesi dopo la conclusione della radioterapia. Tradotto in termini concreti: quasi un paziente su 20 svilupperà questa complicanza nel primo anno dopo il trattamento.
Altri fattori di rischio importanti includono:
La dose totale di irradiazione è un predittore essenziale del rischio: una dose sotto i 60 Gy produce raramente osteoradionecrosi (incidenza di circa 1,8%), mentre le dosi oltre 70 Gy aumentano il rischio al 9%.

L’osteoradionecrosi non si installa bruscamente, come una frattura o un’infezione acuta. Si insinua gradualmente, spesso confusa inizialmente con una semplice complicanza postoperatoria o con una comune infezione dentaria. Proprio per questo, il riconoscimento precoce dei sintomi è essenziale.
Il primo segno che il paziente può notare è un dolore persistente a livello della mandibola, che non cede agli analgesici abituali e non ha una causa dentaria evidente. Questo dolore è spesso sordo, profondo, e può irradiarsi verso l’orecchio o la gola. Non scompare dopo alcuni giorni; al contrario, tende a intensificarsi nel tempo.
Segue spesso l’esposizione ossea nella cavità orale, nella zona in cui la gengiva o la mucosa orale si assottiglia e cede, lasciando visibile un frammento di osso biancastro, privo di copertura mucosa. Questa è una delle indicazioni cliniche più chiare dell’ORN. L’osso esposto è privo di irrorazione sanguigna, vulnerabile all’infezione e non si ricopre spontaneamente. I pazienti descrivono spesso la sensazione di un frammento tagliente in bocca che non scompare.
A questi si aggiungono difficoltà nella masticazione, nel parlare e nella deglutizione, sintomi che influenzano profondamente la qualità della vita. Il trisma (blocco dell’apertura della bocca dovuto alla contrattura muscolare e alla fibrosi indotta dall’irradiazione) limita severamente la mobilità della mandibola e rende difficile anche la valutazione clinica.
Le infezioni ricorrenti sono un altro segno che dovrebbe alzare un segnale d’allarme. L’osso necrotico diventa un eccellente substrato per i batteri. I pazienti possono presentare fistole extraorali (orifizi anomali sulla pelle del viso o del collo attraverso cui drena pus) o infezioni del pavimento della bocca che recidivano nonostante il trattamento antibiotico. A volte compare anche un’alitosi fetida persistente, impossibile da controllare con l’igiene orale standard, a causa della necrosi tissutale attiva.
Negli stadi avanzati, l’ORN può provocare fratture patologiche della mandibola. Parliamo di fratture che compaiono senza un trauma maggiore, semplicemente perché l’osso non possiede più la resistenza meccanica necessaria alla vita quotidiana. Questo è un segno che la malattia è evoluta in modo significativo e che le opzioni terapeutiche sono più limitate e più complesse.
Questa è forse la domanda più importante per comprendere perché la terapia iperbarica abbia senso nel trattamento dell’ORN. La risposta breve è: perché la radioterapia ha distrutto l’infrastruttura biologica necessaria alla guarigione. La risposta lunga richiede una piccola deviazione attraverso la fisiologia.
Il corpo umano dispone di un notevole sistema di autoguarigione. Quando un osso si frattura o si infiamma, le cellule circostanti attivano un processo complesso di riparazione. I vasi sanguigni esistenti si dilatano, nuovi capillari si formano in pochi giorni, cellule staminali vengono reclutate dalla circolazione, gli osteoblasti (le cellule che costruiscono l’osso) diventano attivi e iniziano a depositare nuova matrice ossea. Tutto funziona in presenza di un elemento fondamentale per la vita: l’ossigeno.
Le radiazioni ionizzanti utilizzate nel trattamento del cancro sono estremamente efficaci nel distruggere le cellule tumorali, ma non sono selettive. Colpiscono anche le strutture circostanti, inclusa la microvascolarizzazione, cioè quei piccoli vasi sanguigni dell’osso. L’effetto non è immediatamente visibile, ma è permanente e progressivo. Nei mesi e negli anni che seguono la radioterapia, questi vasi si fibrotizzano, vengono distrutti e scompaiono. Il risultato è un osso cronicamente ipossico, con una concentrazione di ossigeno molto al di sotto del normale, insufficiente a sostenere i processi di rigenerazione.
Robert Marx descrisse il meccanismo in dettaglio nel 1983, definendo l’ORN come una conseguenza dell’ipossia, dell’ipovascolarità e dell’ipocellularità tissutale indotte dalla radiazione. Più recentemente, nel 2004, Delanian e Lefaix hanno completato il modello proponendo la teoria fibro-atrofica: le radiazioni attivano fibroblasti anomali che producono fibrosi tissutale progressiva, aggravando ulteriormente la privazione di ossigeno e nutrienti dell’osso.
Concretamente, che cosa succede nell’osso? Gli osteoblasti, le cellule responsabili della costruzione ossea, diventano praticamente non funzionali in condizioni di ipossia severa. Richiedono una concentrazione minima di ossigeno per sintetizzare il collagene e mineralizzare la matrice ossea. Senza ossigeno sufficiente, non lavorano. Gli osteoclasti, le cellule che demoliscono l’osso vecchio, continuano a funzionare, ma il processo di ricostruzione non tiene più il passo. L’equilibrio tra degradazione e ricostruzione si rompe, a favore della degradazione.
A questo si aggiunge il fatto che anche il sistema immunitario locale è compromesso: macrofagi e neutrofili, che dovrebbero combattere i batteri e ripulire i frammenti di tessuto morto, hanno anch’essi bisogno di ossigeno per funzionare efficacemente. Uno studio di riferimento pubblicato su PubMed descriveva già nel 1975 che l’ossigenoterapia iperbarica aveva portato un miglioramento significativo in 14 pazienti con osteonecrosi della mandibola considerata intrattabile con altri metodi, proprio perché aveva riossigenato questi tessuti. Il meccanismo biologico è semplice. Se reintroduci l’ossigeno nell’equazione, i sistemi di guarigione possono ripartire.
Questo è, in sostanza, il ponte logico e biologico verso la terapia iperbarica.

L’ossigenoterapia iperbarica (HBOT) non è un trattamento magico e nessuna clinica seria la presenta come tale. È un trattamento con meccanismi biologici ben documentati, che agisce direttamente sulle cause fondamentali dell’ORN. Ecco come.
In una camera iperbarica, il paziente respira ossigeno puro (100%) a una pressione atmosferica 2–3 volte superiore a quella normale. Alla Clinica Hyperbarium, questo avviene nella camera medicale Haux Starmed 2200 XL, a una pressione fino a 3 ATA. In queste condizioni, l’ossigeno non viene più trasportato esclusivamente dall’emoglobina dei globuli rossi, ma si dissolve direttamente nel plasma sanguigno, raggiungendo concentrazioni da 10 a 20 volte superiori rispetto alle condizioni normali. Questa saturazione eccezionale gli permette di penetrare nei tessuti con microcircolazione compromessa, dove i globuli rossi non possono più arrivare fisicamente a causa della fibrosi vascolare.
Il primo e più importante effetto è l’inversione dell’ipossia tissutale nella zona mandibolare colpita. I ricercatori hanno documentato che, dopo un protocollo HBOT, la pressione parziale dell’ossigeno (pO₂) nei tessuti irradiati aumenta da livelli quasi anossici (sotto 5 mmHg) a valori quasi normali (oltre 30 mmHg), sufficienti per riattivare i processi cellulari di guarigione.
Il secondo effetto maggiore è la stimolazione dell’angiogenesi, cioè la formazione di nuovi vasi sanguigni. L’ossigeno iperbarico attiva il rilascio dei fattori di crescita vascolari, in particolare VEGF (Vascular Endothelial Growth Factor), e mobilizza le cellule progenitrici endoteliali dal midollo osseo. In pratica, la terapia iperbarica “dice” al corpo di ricostruire l’infrastruttura vascolare distrutta dalla radiazione. Uno studio pubblicato in PMC (PubMed Central) nel 2020 documenta che il tasso di guarigione dell’osteoradionecrosi mandibolare nei pazienti trattati con ossigeno iperbarico si avvicina al 94%. È un risultato notevole per una condizione altrimenti estremamente difficile da trattare.
Il terzo effetto è la riattivazione degli osteoblasti. Una volta che il livello di ossigeno tissutale torna a parametri funzionali, le cellule costruttrici dell’osso riprendono la loro attività. La sintesi del collagene e la mineralizzazione ossea ricominciano. Combinata con l’intervento chirurgico, che rimuove il tessuto morto necrotico, la HBOT crea le condizioni per una reale guarigione ossea.
Non da ultimo, la HBOT ha un effetto antimicrobico diretto. Le concentrazioni aumentate di ossigeno sono tossiche per i batteri anaerobi (quelli che vivono in assenza di ossigeno e colonizzano frequentemente l’osso necrotico) e potenziano l’effetto degli antibiotici sistemici. Questo spiega perché i pazienti con ORN infettiva ricorrente rispondono meglio alla terapia antibiotica quando la HBOT viene aggiunta allo schema di trattamento.
Il riconoscimento ufficiale della HBOT per questa indicazione è esplicito e forte. Il Comitato Europeo di Medicina Iperbarica (ECHM), nel documento di consenso del 2017, raccomanda la HBOT nel trattamento dell’osteoradionecrosi mandibolare con una raccomandazione di Tipo 1 e livello di evidenza B, il che significa che il beneficio è confermato da studi clinici seri e che il suo utilizzo è raccomandato come standard di pratica. Questo colloca l’ORN mandibolare tra le indicazioni di prima linea della terapia iperbarica, insieme all’intossicazione da monossido di carbonio.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2024 ha mostrato che la terapia iperbarica adiuvante porta benefici reali sulla qualità della vita dei pazienti con ORN, con riduzione del dolore, miglioramento della xerostomia e della disfagia, anche se l’effetto sulla guarigione ossea resta in studio.
La terapia iperbarica nell’ORN non si applica a caso. Esiste un protocollo ben definito, sviluppato principalmente dal chirurgo Robert Marx, che è diventato il riferimento globale nel settore e che ha costituito la base delle linee guida ECHM. Comprendere questo protocollo è importante sia per i pazienti sia per i medici che li monitorano.
Prima di qualsiasi intervento chirurgico sulla mandibola, che si tratti di una semplice estrazione dentaria, di un debridement (pulizia dell’osso necrotico) o di una resezione più ampia, ai pazienti con ORN o ad alto rischio di ORN sono raccomandate da 20 a 30 sedute di HBOT. Lo scopo di questa fase non è la guarigione completa, ma la creazione di un ambiente tissutale meglio ossigenato, in cui la chirurgia abbia probabilità di successo molto più elevate. Un osso meglio vascolarizzato cicatrizza più facilmente, e il rischio di deiscenza della ferita o di estensione della necrosi postoperatoria si riduce significativamente.
Il protocollo classico di Marx, descritto in dettaglio in un articolo di PMC e confermato da molteplici studi clinici, prevede 30 sedute preoperatorie di HBOT, a una pressione di 2,4 ATA, con ossigeno al 100%, per 90 minuti per seduta, cinque giorni alla settimana. Alla Clinica Hyperbarium, ogni seduta dura in media 120 minuti, a una pressione che può arrivare a 3 ATA, in linea con i protocolli internazionali e capace di offrire, in alcuni casi, una penetrazione tissutale superiore.
Se dopo le 30 sedute si osserva un miglioramento significativo (la mucosa si ricopre, il dolore si riduce, non ci sono più segni di infezione attiva), il paziente può continuare fino a un totale di 60 sedute, senza che sia necessario un intervento chirurgico maggiore. La risoluzione dell’ORN con sola HBOT o con debridement è la situazione favorevole dello stadio I del protocollo di Marx.
Se tuttavia l’intervento chirurgico è necessario, sia per rimuovere frammenti di osso morto sia per una resezione mandibolare con successiva ricostruzione, l’ossigenoterapia iperbarica continua anche dopo l’operazione. Di solito si effettuano 10 sedute postoperatorie supplementari, per sostenere la cicatrizzazione della ferita chirurgica e prevenire le complicanze infettive.
Il protocollo di riferimento 20/10 significa 20 sedute preoperatorie seguite da 10 postoperatorie. Questo schema è il più utilizzato nella prevenzione dell’ORN nei pazienti che necessitano di estrazioni dentarie in zone irradiate. I risultati a lungo termine sono significativamente migliori rispetto alla chirurgia senza HBOT. Uno studio prospettico osservazionale che ha seguito 411 pazienti per 8 anni documenta che il 92% dei pazienti del gruppo trattato con il protocollo sopra menzionato ha ottenuto una guarigione completa.

Il numero totale di sedute di HBOT nell’osteoradionecrosi mandibolare varia di solito tra 30 e 40 sedute per i casi moderati e può arrivare a 60 per i casi complessi o nel recupero dopo resezione mandibolare. Non esiste un numero fisso universale. Il protocollo viene adattato individualmente, in funzione dello stadio della malattia, della risposta clinica, del tipo di intervento chirurgico associato e dello stato generale del paziente.
Alla Clinica Hyperbarium, ogni paziente con osteoradionecrosi beneficia di un piano di trattamento personalizzato, stabilito prima della prima seduta durante la consulenza medica iniziale. Il medico iperbarico valuta la storia oncologica, la dose totale di irradiazione ricevuta, lo stadio attuale dell’ORN e le eventuali comorbidità, e solo dopo questa valutazione completa stabilisce il numero di sedute, la pressione di lavoro e le eventuali terapie adiuvanti raccomandate. Il piano non è rigido: viene rivisto periodicamente durante il trattamento, in base all’evoluzione clinica di ogni paziente.
Durante il trattamento, il monitoraggio clinico periodico è essenziale. Il medico valuta l’evoluzione della mucosa, il grado di cicatrizzazione, l’assenza di segni di infezione e, se necessario, le immagini radiologiche o di tomografia computerizzata per verificare le modificazioni ossee. Questo monitoraggio attento permette di adattare il protocollo in tempo reale. Una seduta in più o la modifica dei parametri di pressione può fare la differenza tra una guarigione completa e una recidiva.
Il team Hyperbarium assicura inoltre supporto e guida durante tutto il trattamento, dalla spiegazione passo per passo della procedura prima della prima seduta (per eliminare l’ansia legata allo spazio chiuso della camera iperbarica), fino alla consulenza nutrizionale di base e alle raccomandazioni di igiene orale adattate alla condizione del paziente. I pazienti sono incoraggiati a riferire qualsiasi nuovo sintomo comparso tra le sedute, e il team medico è disponibile per consultazioni supplementari ogni volta che la situazione clinica lo richiede.
Un elemento importante da sottolineare è che la terapia iperbarica è ben tollerata dalla grande maggioranza dei pazienti. Gli effetti avversi, come la sensazione di pressione nelle orecchie (che migliora con semplici manovre di compensazione, simili a quelle in aereo), una lieve stanchezza e, estremamente raramente, miopia temporanea, sono minori e transitori. Il rischio di barotrauma o di tossicità da ossigeno è trascurabile nelle condizioni di protocolli medici corretti e di monitoraggio professionale assicurato all’interno della clinica.

La prevenzione e il trattamento precoce dell’osteoradionecrosi mandibolare sono diventati più accessibili con i progressi nelle tecniche di irradiazione. Così, il tasso di comparsa dell’osteoradionecrosi mandibolare è diminuito considerevolmente rispetto ai decenni passati. Tuttavia, la prevenzione resta il pilastro centrale della gestione di questa condizione. E la terapia iperbarica svolge un ruolo importante anche nella prevenzione, non solo nel trattamento.
Qualsiasi paziente che stia seguendo o abbia seguito radioterapia nella zona della testa e del collo e che necessiti successivamente di estrazioni dentarie o altri interventi chirurgici orali dovrebbe essere valutato da uno specialista in medicina iperbarica prima della procedura. La somministrazione di un protocollo preoperatorio di ossigenoterapia iperbarica in queste situazioni riduce drasticamente il rischio di scatenare ORN post-estrattiva. E questa è una delle porte d’ingresso più frequenti della malattia.
La consulenza odontoiatrica pre-radioterapia è anch’essa di massima importanza: estrarre i denti compromessi prima di iniziare l’irradiazione è molto più sicuro rispetto all’estrazione dopo l’irradiazione. Sempre nella fase pre-radioterapia, l’igiene orale meticolosa, la fluorurazione preventiva e l’educazione del paziente riguardo ai rischi contribuiscono significativamente alla riduzione dell’incidenza dell’ORN.
Tutti i benefici della HBOT descritti in questo articolo dipendono in modo critico da una condizione essenziale: il trattamento deve essere somministrato in una camera medicale certificata, con parametri corretti (pressione minima di 2,4–3 ATA, ossigeno al 100%), da un team medico con esperienza in medicina iperbarica. Non tutte le camere iperbariche disponibili sul mercato rispettano questi standard.
Le camere iperbariche mHBOT (mild hyperbaric oxygen therapy), spesso disponibili in spa o come dispositivi per uso personale, non raggiungono i parametri di pressione necessari per trattare l’osteoradionecrosi o altre indicazioni mediche certificate. A una pressione di 1,3–1,5 ATA, la concentrazione di ossigeno disciolto nel plasma è del tutto insufficiente per produrre l’angiogenesi o la riattivazione degli osteoblasti documentate negli studi. Non esistono studi clinici che ne validino l’efficacia nell’ORN o in altre indicazioni mediche di prima linea.
La Clinica Hyperbarium di Oradea dispone della camera Haux Starmed 2200 XL, un dispositivo medico certificato Classe IIB e classe di sicurezza A, con 16 posti, che opera a pressioni fino a 3 ATA. Il team medico è guidato dal Dr. Ciprian Sturz, con oltre 15 anni di esperienza acquisita in cliniche universitarie in Germania come Klinikum Nürnberg o Klinikum Roth. Il protocollo applicato ai pazienti con osteoradionecrosi rispetta le raccomandazioni ECHM ed è integrato con i team di chirurgia maxillo-facciale e oncologia per una gestione completa del caso.
L’osteoradionecrosi mandibolare è una condizione grave, ma non priva di speranza di trattamento. Quanto prima viene diagnosticata, quanto più rapido è l’accesso alla terapia iperbarica e quanto più coordinato è il team medico, tanto maggiori sono le possibilità di guarigione. La terapia iperbarica non elimina la necessità del trattamento chirurgico nei casi avanzati, ma lo rende possibile laddove altrimenti non lo sarebbe e, molte volte, lo rende inutile per il semplice fatto che restituisce all’osso la capacità che la radiazione gli aveva rubato: quella di guarire da solo.